Quali lezioni apprese dopo venti anni di guerra in Afghanistan?

Durante il discorso sullo stato dell’Unione del 15 settembre, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha evidenziato la necessità di comprendere il perché la missione in Afghanistan sia “finita così repentinamente”.
Tale riflessione è riecheggiata spesso negli interventi di molteplici attori politici successivi alla precipitosa e drammatica caduta di Kabul.
Il Segretario della NATO Jens Stoltenberg, il Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini e il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, hanno tutti condiviso l’importanza di “riflettere” sull’infausto esito della lunga e costosa operazione internazionale in Afghanistan. Tali affermazioni fanno emergere due domande cruciali: quali sono i motivi che hanno riportato i Talebani al potere nonostante venti anni di intervento occidentale? Quali sono state le più rilevanti lezioni apprese?

L’analisi della letteratura di Relazioni Internazionali, nonché lo studio dei documenti ufficiali prodotti in questi anni, consente già di fornire alcune risposte a tali quesiti. Anche per l’Italia, che ha inviato circa 50.000 soldati nel paese, con oltre cinquanta caduti nella più lunga, costosa e impegnativa missione mai condotta dal 1945, appare fondamentale indagare in modo approfondito quello è avvenuto, in primo luogo per evitare di compiere in altri contesti (si pensi al Sahel) i medesimi errori. Proprio per rispetto all’impegno profuso, che ha portato anche a risultati importanti sul terreno (dal controterrorismo alla dimensione politico-sociale) è vitale fornire a livello istituzionale una dettagliata ricostruzione di ciò che è stato fatto in Afghanistan dal 2001 fino ad oggi.

La prima, e forse la più complessa delle domande, riguarda le cause del fallimento. Anche per capire gli eventi più recenti (in particolare l’improvviso crollo delle forze di sicurezza afgane di fronte all’avanzata talebana tra luglio ed agosto 2021) occorre esaminare scelte ed errori compiuti nell’arco di quattro lustri.
Infatti, se può aver stupito la velocità con la quale le migliaia di truppe afgane - addestrate per anni dalle forze occidentali - si siano liquefatte in pochi giorni, certamente l’esito finale non può sorprendere alla luce di tre aspetti principali:  

  • un processo di addestramento (oggetto della missione NATO “Resolute Support”, che aveva sostituito dal 2015 la precedente operazione ISAF  - International Security Assistance Force), basato sul modello americano e dipendente dal supporto USA, nonché fiaccato da logistica e “infrastruttura” inadeguata, infiltrazione talebana, corruzione e basso morale;
  • la vincente strategia talebana di graduale riconquista territoriale che ha accompagnato e seguito la firma degli accordi con Washington (accerchiando le forze armate afgane e dialogando efficacemente con i molteplici potenti attori locali);
  •  e soprattutto la debolezza e la scarsa legittimità delle istituzioni locali.
Guerra in Afganistan
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Autore: Al Jazeera English
Fonte: flickr.com

La fragilità del governo nazionale


Nonostante gli Stati Uniti – e i suoi alleati - abbiano riversato in Afghanistan un fiume di denaro (una cifra ben più alta di quella del Piano Marshall), il processo di nation-building si è rivelato (senza particolari sorprese) un fallimento.
L’obiettivo ufficiale della missione NATO ISAF era assistere le istituzioni politiche provvisorie afgane a mantenere un ambiente sicuro. Tale obiettivo non è stato raggiunto. In un contesto – altamente frammentato - nel quale lo stato centrale è assente da decenni, istituzioni “nazionali” percepite come prive di legittimità non sono generalmente in grado di sostenere le forze sul terreno, anche se foraggiate dall’esterno. Ciò è ancora più complesso in particolare quando forze di guerriglia hanno sostegno sul territorio e possono contare su “santuari” oltre confine (per tacere del ruolo svolto dal Pakistan in tal senso). Le forze armate afgane – che hanno perso decine di migliaia di soldati in questi anni - si sono sentite abbandonate, sia dagli alleati in seguito agli accordi di pace e al ritiro delle forze, sia dal fragilissimo governo di Kabul, in un contesto drammaticamente segnato da centinaia di migliaia tra morti e feriti.

Inoltre, come ben dimostrato dagli Afghanistan Papers (i report raccolti dallo US Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction e poi rivelati dal “Washington Post” nel 2019) gli Stati Uniti (e i suoi alleati, presenti per decenni sul terreno in buona parte proprio per fornire sostegno a Washington) hanno alternato strategie diverse dopo i primi mesi dell’operazione internazionale contro Al Qaeda ed il regime talebano, senza un chiaro obiettivo e una precisa definizione di vittoria, nonché in assenza di una adeguata exit strategy (è ben “più facile iniziare le guerre che finirle”). Un governo nazionale fragile, a tratti simile ad una cleptocrazia, non è stato in grado – in un contesto nel quale la dimensione militare ha sempre avuto la meglio su quella politica ed economico-sociale nell’approccio occidentale – di resistere alla “rinascita” dei Talebani. Certamente, la disastrosa decisione di invadere l’Iraq nel 2003, ha contribuito non poco a modificare le sorti del conflitto, drenando risorse umane e materiali. 

soldato tra le rovine
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Foto di WikiImages da Pixabay

Errori strategici

La gran parte delle riflessioni illustrate dagli Afghanistan Papers si ritrovano anche nelle analisi elaborate in questi anni dalla letteratura delle Relazioni Internazionali, la quale ha messo in luce l’errato approccio strategico della coalizione, alla spasmodica ricerca di una vittoria decisiva a detrimento di possibili alternative, la difficoltà a trasformare successi tattici della contro-insorgenza in vittorie politiche, e la migliore capacità della rete dei Talebani ad adattarsi sul terreno. Infine, è stato dimostrato come le premesse alla base dell’applicazione in Afghanistan della strategia di contro-insorgenza adottata in Iraq fossero errate, data la diversa natura del contesto di riferimento.  

Ma gli Afghanistan Papers evidenziano anche la scarsa trasparenza nel dibattito pubblico, il divario tra ottimistiche dichiarazioni ufficiali e la consapevolezza taciuta o annacquata di molti decisori che la guerra non potesse essere vinta. Anche per questo motivo, occorre avviare (come molti paesi membri della NATO hanno già fatto) un processo di analisi delle “lezioni apprese” in questi anni di guerra.
Cosa abbiamo “imparato” dal drammatico conflitto in Afghanistan è la seconda delle domande che oggi dobbiamo porci, assieme alla suddetta ricerca delle cause della sconfitta, a fronte di errori, sforzi e sacrifici. L’Italia deve quindi avviare una ampia riflessione per comprendere quali risultati sono stati raggiunti e quali errori dobbiamo evitare in futuro.

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Foto di Jan Chipchase.

Due compiti per il futuro

Due aspetti appaiono cruciali. Il primo è andare oltre la stanca narrazione delle “missioni di pace” (che ha consentito – in modo bipartisan - ai governi della “Seconda Repubblica” di svolgere un ruolo più dinamico dal punto di vista militare, a fronte di un parlamento poco coinvolto nelle scelte della difesa), rimuovendo la nebbia che copre tradizionalmente l’impegno militare italiano, fatto anche di battaglie sul terreno.
Il secondo è avviare - a livello istituzionale, in collaborazione con università, centri di ricerca, forze armate e ONG - un processo di analisi dell’impegno nazionale in Afghanistan, teatro (come dimostra la letteratura sul tema) anche di un considerevole processo di adattamento e trasformazione delle forze armate italiane, a livello di mezzi, approcci e dottrina.
Quanto questa riflessione sia necessaria lo testimonia il fatto che anche in altri contesti (Sahel o Iraq) i soldati italiani sono attualmente impegnati in complesse missioni che prevedono l’addestramento di forze locali e di supporto a governi di paesi segnati da profonda instabilità e frammentazione.
Anche l’Accademia ha il dovere di fornire il proprio contributo per sviluppare questo dibattito. L’Università di Genova ha già discusso in passato (nelle conferenze "L'evoluzione della politica della difesa italiana" di fronte al Ministro della Difesa e "Afghanistan 2001-2021") questi argomenti e continuerà a farlo in futuro.

Fabrizio Coticchia è Professore associato di Scienza politica presso il DISPO.
Foto di copertina di Sgt Rupert Frere RLC -  Ringraziamenti: Crown Copyright
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Immagine vincitrice dell'Army Photographic Competition 2011.
 

di Fabrizio Coticchia