Pensieri e riflessioni degli studenti sulla didattica online: senza censura!

Pur con tutte le difficoltà e le distanze innaturali imposte dall’aula virtuale, i rapporti umani hanno comunque avuto il loro giusto spazio, in questi ultimi mesi.

L’insegnamento, come molti hanno sottolineato, è anche, se non anzitutto, relazione umana e reciproco coinvolgimento tra docenti e studenti, ossia tra persone eguali. Gli allievi del Laboratorio di restauro del corso di laurea magistrale in Architettura hanno espresso le loro riflessioni sull’esperienza didattica ai tempi del Covid-19.

Pensieri e riflessioni degli Studenti

Charlotte, Claudio, Daniele, Emi, Francesca, Ilaria, Maud, Marco, Mónica, Virginia

Questi sono i testi autografi, senza alcun filtro, censura o correzione. Sono ora offerti alla riflessione di tutti, sperando che la comunità accademica tutta sappia ascoltare le voci dei nostri studenti.

Architettura e restauro, da casa - UniGe
I pensieri degli studenti di Architettura sulla didattica a distanza

Charlotte De Pauw, Brussels, Belgium

Finally my Erasmus adventure in Italy could start. Maud, a friend from my school in Belgium, and I, left on the 5th of February and arrived later that day at our apartment in Genova. Since we had 3 weeks before school started we wanted to visit as much as possible so we made a trip to Firenze, Pisa and Livorno. It was our first time not living at home and we both loved it and explored all of Genova.

A few days before school started we heard that university would not start that week because of the virus. My dad was concerned and drove all the way to Genova to pick me up. After a 12 hoursdrive I was back in Belgium. In Belgium the second semester of university starts a month before school would start in Italy, so when we came back it was not possible to join our own school for the semester.

Two weeks later we started online classes from our university in Genova. Since our classes are in Italian and we don’t speak the language we had some difficulties understanding the theoretical classes. Being in Italy would have surrounded us with the language, what would have made it easier to learn. A few days later Belgium was as well in lock down. After some weeks of online class we learned more and more words in Italian, so now we understand half of the lessons, which is great. Speaking on the other hand is still a disaster. All of our teachers are very understanding we can do most in English or French, which we are very grateful for. The system of online class works well for me, at my home school I hear from friends that the online classes are not organized and almost not existing. I have my own desk in my room where I can work in peace and follow the classes attentively.

We also follow Italian classes online, I am almost never in the mood to follow those since I have the feeling sometimes that those are not very useful but I try to follow them. They feel like an extra punishment, being in Italy I would be happy to follow them. For my Erasmus application I chose three Italian schools, because I love working with older buildings and looking for ways how to reuse them. On recommendation we started a second masters studio about restoration, even though we are first year master students. It is different from the typical way we design in our home school but we are trying our very best.

I hope to come back to Italy to start a post graduate in restoration when I finish my master in Architecture next year.

Claudio Bolgiani


Il 9 marzo 2020 il governo italiano, per contrastare la pandemia di Coronavirus, firma il primo decreto DPCM, sul modello cinese della gestione dell’emergenza, con cui l’intero paese entra ufficialmente in quarantena. La libertà di ogni cittadino viene limitata alle sole mura domestiche, con il permesso eccezionale di uscire solo per situazioni di estrema necessità. L’Italia si ferma, ed entra in lock down.

Quella data coincideva con la riapertura, dopo la sessione invernale, delle università. Da lì a poco, ogni studente avrebbe appreso che, l’ultimo semestre, prima della sessione estiva si sarebbe svolto in maniera completamente diversa da come era abituato. Le lezioni, i corsi di progettazione ma anche gli esami, si spostano infatti su una piattaforma online, Teams nel mio caso, che permette di proseguire con il programma di lezioni, anche a distanza, nel rispetto dei vincoli imposti dal decreto.  Subito, non ho potuto non pensare quanto questa possibilità offerta dalla tecnologia, non sarebbe stata applicabile, se non in tempi moderni. Creare aule virtuali, con all’interno un numero considerevole di utenti richiede, infatti, una connessione internet in grado di sopportare l’enorme mole di dati che istantaneamente vengono scambiati da un utente all’altro, una cosa impossibile in passato.

Di fatto, in questi primi due mesi, la didattica online ha funzionato e sta funzionando, e permette a noi studenti e ai professori di proseguire con il programma di studio, malgrado la quarantena, inoltre, Teams offre la possibilità di registrare le lezioni, così che quando uno studente dovrà preparare l’esame del corso, potrà utilizzare le stesse lezioni del professore per ripassare. Trovo questa una feature molto preziosa.

Tuttavia trovo giusto analizzare quelli che per me sono i contro di questo tipo di didattica, soprattutto viste le particolari esigenze del nostro corso di studio. La più grande mancanza, dal mio punto di vista, è il contatto diretto con i compagni di corso e con il professore, in particolare nei momenti salienti di un progetto, dove, toccare con mano un foglio con sopra stampato un disegno tecnico oggetto di studio, risulta molto importante per una totale comprensione dell’elaborato e delle modifiche da apportare, così come il non avere la possibilità di effettuare visite in cantiere, per prendere coscienza in prima persona, degli spazi oggetto del nostro studio. Per me forse, la cosa più amara è non aver potuto frequentare attivamente l’ultimo semestre della mia vita universitaria, essendo ormai arrivato alla fine del secondo anno magistrale. Con questo non voglio dire che questi aspetti siano stati trascurati nella didattica online, anzi, trovo che l’organizzazione del lavoro, ad oggi, sia ottima e in grado di migliorare a ogni lezione, mano a mano che studenti e professori, imparano ad integrare meglio con la piattaforma, ma che ci sono aspetti dell’università che non possono essere svolti a un metro di distanza.

Daniele Carbini

In questo periodo di quarantena la didattica online è l’unica soluzione possibile per poter permettere agli studenti di proseguire gli studi. In ambito universitario, a differenza di quello liceale, è forse più permissiva la gestione dell’organizzazione, seppur ancora determinate cose siano in fase di sviluppo e di testing. Come abbiamo potuto osservare, le laurea online, così come gli esami (orali, ovviamente), sono possibili senza troppi problemi.

Differente è la cosa per quanto riguarda determinati corsi. Se alcune lezioni si possono svolgere tranquillamente online, poiché esposte tramite slide o, semplicemente, tramite un monologo del professore, altre hanno invece bisogno di essere svolte frontalmente, in classe o in altri luoghi. Si parla in particolare dei corsi di progettazioni (o, in questo caso, di restauro, che comunque prevede una grossa parte progettistica) dove è necessaria la supervisione del professore. É vero che esiste comunque qualche soluzione online, come la condivisione schermo, ma spesso è insufficiente per la visione completa di un lavoro, com’è anche difficile poter correggere in tempo reale e telematicamente alcuni disegni. Oltre a questa problematica ne sorge un’altra, ossia quella del sopralluogo, spesso necessario per una conoscenza completa, o, perlomeno, più approfondita, dell’opera su cui si mette mano.

Per quanto mi riguarda mi trovo abbastanza a mio agio a lavorare in tal modo, certo, sento le mancanze sopracitate, ma ritengo ci siano anche dei vantaggi, dopotutto la comodità di poter stare in casa non è da sottovalutare, oltre al poter aver molte cose a portata di mano.

Emi Sobrato

Molto spesso si è detto che la tecnologia è un’arma, uno strumento potente, quello che ci permette di avere l’intero sapere del mondo nelle nostre mani, letteralmente a portata di click. È uno strumento che molto spesso associamo a fatti di cronaca negativi, che in quei casi aumenta la distanza sociale tra gli esseri umani, che non permette più un confronto diretto, faccia a faccia, e quindi è un luogo dove le persone possono nascondersi.

Anche se è uno strumento usato attivamente in ambito professionale, solo oggi, solo durante un’emergenza che ci ha costretti ognuno chiuso all’interno delle proprie abitazioni, se ne è usufruito a pieno, sfruttando questa capacità di mettere in contatto anche a chilometri di distanza. La didattica in questo senso è stata aiutata, trasformando la propria casa in un’aula, in un momento  di  condivisione,  in  un  momento  di  collegialità  che  non  si  sarebbe  potuto  avere altrimenti, aumentando quel divario sociale e intellettuale già visibile in alcuni ambiti.

Tutti questi elementi di positività ci consentono sicuramente di affrontare questa epidemia, e tutte le problematiche del distanziamento sociale che ne consegue, in maniera più facile rispetto ad un'altra epoca storica, infatti credo che tutte le problematiche emerse durante la didattica online facciano parte di elementi contestuali che sono presenti nella nostra vita.

Il  primo  approccio  con  programmi  mai  utilizzati  e  con  funzionalità  mai  sfruttate  è  stato sicuramente difficile, sommato alla difficoltà delle nuove restrizioni imposte e al cambio di abitudini personali che ci ha spinto a fare questa epidemia. In secondo luogo, l'impossibilità di toccare con mano, di poter osservare un luogo con i propri occhi, di poter avere una interazione con il professore e con i propri compagni è sicuramente una mancanza importante nel nostro corso di studi, che si basa in maniera essenziale sul confronto, sulla possibilità di parlarsi, di esprimersi mediante uno schizzo e mediante le piccole gestualità. Ecco, forse la cosa che più manca alla didattica online è la possibilità di interagire, non solo con le parole, ma anche con gli sguardi, con i gesti, con le azioni che permettono di proporre un’idea  senza  esplicitarla  tramite  le  parole:  manca,  cioè,  quel  confronto  diretto  che  la didattica online non riesce a produrre, perché quest’aula telematica ci sembra così nuova, così supplente a quella reale, non ci permette di adattarci ad essa e a comportarci come se fosse la normalità, perché essa stessa non è percepibile come tale. Sicuramente la fine di questa epidemia segnerà un cambiamento molto marcato nelle nostre abitudini,  già  così  fermamente  messe  a  dura  prova  in  questi  mesi, ma  sono  certa  che  la possibilità di ritrovarsi di nuovo in un’aula vera, in relazione con i nostri compagni e il nostro insegnante, e la possibilità di supportarci e condividere meglio le nostre idee, ci permetterà di affrontare questo cambiamento in maniera più positiva. 

Francesca Rivara

Quando il 9 Marzo è stato annunciata la chiusura di ogni attività, tra cui la chiusura di scuole e di università, ci si è subito attrezzati per cercare di mantenere una sorta di normalità attraverso lo smartworking e la didattica online a distanza, attraverso l’utilizzo di ogni tipo di programma che lo potesse permettere. L’organizzazione è stata pienamente azzeccata, soprattutto all’interno del nostro dipartimento, che è stato uno dei primi a riuscire a mettere in atto le modalità di insegnamento a distanza, nonostante questa pandemia abbia reso tutto quanto più difficile.

Nonostante l’improvviso cambiamento si è riusciti a adeguarci alla situazione al meglio delle nostre possibilità, ma è inutile dire che il nostro corso di studio, più di altri, ha bisogno in tutto e per tutto di lezioni frontali, soprattutto se si parla di un laboratorio, dove c’è bisogno di un confronto immediato, di un sostegno reciproco costante, dove si deve toccare con mano ogni minimo dettaglio del progetto.

Ciò che manca di più in questo frangente è proprio l’affrontare in maniera diretta ogni cosa, dal disegnare uno schizzo a mano su un foglio che passa per diverse mani per poi tornare più pasticciato e confusionario di prima, ma che stranamente ha comunque  senso, al ristampare mille mila volte le tavole perché i pennini non sono mai giusti, o perché di volta in  volta viene aggiunto/modificato un qualcosa in più. Quello che effettivamente manca sono le cose più semplici, che spesso venivano date per scontate. Ma non voglio parlare solo dell’organizzazione dell’università, voglio parlare anche dell’impatto più psicologico che ha avuto, in generale, ma soprattutto nei miei confronti, perché penso che, in un momento come questo, anche la minima condizione vada a influenzare tutto quanto.

All’inizio è stato facile, si era ancora freschi della vita normale di prima, della normalità, delle giornate scandite da momenti specifici, quasi abitudinari, che ti permettevano di affrontare giorno per giorno la tua vita, ma ogni giorno era comunque speciale e diverso. Piano piano quella che era la novità, è diventata la quotidianità, una quotidianità strana, che sento che non mi appartiene. La vita sociale con gli amici, con i parenti ed i miei compagni di corso, avviene solo tramite uno schermo, un computer, rendendo tutto meno personale, meno impattante, più monotono. Prima il mio computer era solo uno strumento di lavoro, studio e di svago, ora è diventato anche il mezzo per andare in università, per stare con i miei amici, andando a rendere, ciò che era unico, uguale a tutto il resto. A tutto ciò si va ad aggiungere il fatto che siamo costretti a stare in casa il più tempo possibile, andando a ridurre al minimo tutti gli stimoli psicologici e fisici che prima avevamo, ora, non essendoci quasi più, è leggermente tutto più complicato, la concentrazione vacilla e, se magari prima una cosa la si faceva in un’ora adesso se ne impiegano anche due.

Ho voluto parlare anche del punto di vista psicologico, perché penso che quest’ultimo, vada ad influenzare in maniera non irrilevante tutto quanto, e spesso, se magari una cosa sembra complicata più del solito può essere solo dettata da un mood più fragile, che di questi tempi è molto più facile riscontrare. Con ciò non sto affermando che tutto stia andando in maniera estremamente negativa, ma solo che risulta tutto un po’ più difficile e complicato, penso che ognuno di noi stia affrontando questa esperienza a proprio modo, chi meglio chi peggio, ma penso anche che siamo tutti nell’ottica di tornare al più presto a qualcosa di più simile alla normalità.

Ilaria Montaruli

La didattica ai tempi del Covid-19 viene definita didattica a distanza, a distanza: sostantivo perfetto, in quanto ognuno di noi si ritrova tra quattro mura da solo da quasi due mesi, dove la propria stanza è diventata un’aula, il banco è stato sostituito dalla scrivania, lo sgabello da  una  sedia  Ikea,  il  computer  è  diventato  il  nostro  quaderno  ed  i professori  sono  stati sostituiti da una voce che arriva da uno schermo, a volte nero, a volte dando voce a delle slide proiettate.

Le lezioni comunque vanno avanti, ma con tanti problemi, sia di interazione tra i partecipanti, di collegamenti internet, di condivisioni schermo, di microfoni, ritorno di voci e sovrapposizione di persone che parlano, di vicini rumorosi che rivoluzionano la casa, usando trapani e martelli, impedendo ancora di più la concentrazione e l’ascolto. I corsi extra universitari e non, spesso sono registrati e messi a disposizione online, in modo che ognuno posso vederli a proprio piacimento e nel momento in cui preferisce. Ed è proprio questo che il Covid-19 si è portato via, la condivisione, il piacere dello stare insieme, lo scambio di idee, discussioni in aula che possono diventare momenti costruttivi per  tutti,  discussioni  tra  componenti  di  un  gruppo, alzate di mano al primo dubbio senza aspettare di accendere il microfono e che la telecamera si attivi per farsi vedere, il piacere di fare la coda per stampare tavole, book o tesine, di fare revisione al banco, scrivendo direttamente sul cartaceo senza aspettare un file word con la lista di cose da fare, riunirsi tutti intorno ad un unico banco per confrontarsi senza dover cambiare chat per far sì che tutto ciò avvenga, e comunque con tutti i problemi già elencati. Ci vengono inviati diversi test, per verificare come stiamo reagendo a questa situazione, come stiamo affrontando questo nuovo lato dell’apprendimento, ma realmente si possono esprimere questi disagi e cambiamenti attraverso delle crocette? O è solo un tentativo per tastare il terreno e far sì che questo momento eccezionale diventi permanente?

Forse per consolarci si pensa che in questo momento storico si possa approfittare del tempo per fare molte cose, infatti di tempo ce n’è, anche tanto, è vero, ma tempo per fare cosa? Per studiare si, portarsi avanti, per rilassarsi e fare quelle cose che nella vita quotidiana non si ha tempo di fare, ma ancora di più forse per sperare che tutto possa tornare presto ad una apparente normalità, anche se di normale non ci sarà più molto. L’Università, la scuola e l’istruzione in generale non saranno più le stesse e noi con loro. È stato intrapreso un nuovo cammino, obbligato, che porterà ad un drastico cambiamento della  nostra  vita  da  studenti,  senza  però  tener conto  degli  aspetti  fondamentali, quali il confronto e, come già detto, della condivisione, che adesso sono ostacolati dalla distanza, e i mezzi telematici messi a nostra disposizione (computer, tablet, cellulari), che già nella società in cui ci trovavamo tendevano a distanziare le persone, in questo modo, seppur il loro  intento adesso sia un altro, porteranno a un ulteriore distacco tra di esse, senza riuscire a colmare le lacune e distanze che il Covid-19 si è e si sta portando via.

Marco Campi

Con l’esplosione della pandemia Coronavirus ci siamo tutti trovati improvvisamente a dover affrontare una sfida alla quale nessuno di noi, ovviamente, era preparato. Nello specifico la didattica si è adattata alle nuove disposizioni per il contenimento del contagio, pertanto l’unica modalità percorribile era l’attivazione della modalità a distanza in videoconferenza on-line. 

Inizialmente ero scettico sull’efficacia di tale modalità, ma via via mi sono dovuto ricredere. La prima considerazione che mi viene in mente è che tutto sommato, grazie all’attuale tecnologia, si è riusciti a comunicare in tempo reale in maniera molto soddisfacente, alternando lezioni teoriche dei docenti con momenti di confronto reale con  possibilità di condivisione su schermo di foto, disegni, schizzi, eccetera. Ritengo che solo una decina di anni fa la cosa sarebbe stata molto più difficoltosa e complessa, sia per i software esistenti allora ma soprattutto per la minore velocità offerta dalle connessioni internet (ci sarebbe stato il concreto rischio di non includere la totalità del gruppo perdendo qualcuno per strada). Altra  considerazione, non  supportata da alcun dato oggettivo ma solo su sensazioni personali, è che riesco a mantenere un livello di concentrazione più costante nel tempo rispetto a una lezione classica in aula dove mi capitavano più spesso momenti di deconcentrazione con il rischio di perdere qualche passaggio; ho inoltre apprezzato la possibilità di registrazione, con cui si ha modo di vedere e rivedere anche in un secondo momento la lezione o alcuni spezzoni (ad esempio mi sono tornate utili le registrazioni della lezione del prof. Battini sul rilievo laserscan e l’utilizzo del relativo programma così come alcune lezioni del corso della prof.ssa Franco che non ho potuto seguire live).

Sulla base di questa esperienza, tutt’ora in corso, posso affermare che la modalità didattica on-line possa  anche essere utilizzata dopo l’emergenza, ovviamente non al 100% ma in quota parte a seconda della tipologia di corso ed insegnamento. Ritengo che non avere mai un contatto umano diretto con colleghi e docenti sia una forzatura disumana, inoltre per i corsi di progettazione e i laboratori, ritengo imprescindibile l’effettuazione di uno o più sopralluoghi nel luogo oggetto di intervento. Nello specifico del Laboratorio di restauro ho apprezzato quanto sia importante il potersi muovere liberamente, in caso di dubbio andare e ritornare in sito, anche solo per effettuare una misura mancante, vedere meglio un particolare sfuggito la volta precedente o magari scattare un’altra fotografia da un angolazione differente e con una luce migliore, intervistare un passante propenso al colloquio, magari la tipica persona anziana, con maggior memoria storica, che non si risparmia nel raccontare aneddoti.

Maud Maes, Brussels, Belgium

2020 was going to be the year I went on an Erasmus exchange. Even before I knew I was going  to  study architecture, it was  certain for me that I would go on an Erasmus outside Belgium. I was looking for a long period to this Italian experience and was happy that I could leave Brussels at the beginning of February.

Once arrived in Genoa, I had 3 more weeks to explore the city before the lessons at the University of Genoa started. In the weekend before the start, I picked up for the first time some news about Covid-19 in Italy. That weekend ended unfortunately with a great deal of uncertainty and with the feared email that the university remained closed for a week.

One week became weeks and finally my university in Belgium asked me to return to my home country. Luckily in the meantime Università di Genova made sure we could start the lessons, albeit online. One week later than planned, I saw my new Italian professors and fellow students on my computer screen. It was a bit awkward at the beginning and not everting run smoothly but after a while everybody knew how to switch off and on their microphone, became able to share their screen and knew how to upload files in Teams.

I am pleasantly surprised with this solution. I can follow the lessons perfectly from Belgium. My week remains structured as the lessons are given live and I don't have to encourage myself to watch recorded lessons or do any self-study. We stay in touch with the teacher and we can ask questions at any time during the lesson. And if we miss something we can always look back to the many recordings with one simple click. Of course this new way of teaching has a lot of shortcomings. Maybe because this virtual classroom is still in its infancy and had to be implemented in a short period of time. On the other hand, you can never completely replace the life experience with an online meeting.

Communication became a lot slower than we are used to. A simple hand that rise up to ask a question whether the sharing of an opinion is being replaced by a microphone and a camera that has to be switched on first. Hoping your internet connection will remain stable at that moment and you will be able to share your screen without too much delay. Especially in an architecture study this slower way of communication is not always evident.

The habit of communicating with a lot of drawings and sketches has to make room for sending photos from these sketches or drawings. An architecture study is not a study where it is enough to process the subject matter behind your desk. It's a practical study. There is off course a lot of information you can find like photos, plans and 3D representations but the best way to get the feeling of a location is to go out and see. Details are difficult to see on photos so you have to go back often when things are not completely clear from the first time.

Although I think it's a good temporary solution, I personally hope that this way of teaching won't become the new normal. The monotony of crawling behind your own desk again and again for 10 weeks is something I prefer to.
 

Mónica Sanz Rosón, Erasmus(Spain)

Un anno indimenticabile

Prima di iniziare l'Erasmus, molti colleghi, insegnanti e parenti mi hanno detto che sarebbe stata un'esperienza unica nella mia vita, e lo è stata. Il mio primo ricordo di questa esperienza inizia a Venezia. Alla fine di febbraio sono andata in viaggio a Venezia e dintorni per vivere una delle esperienze che più consiglio: il Carnevale di Venezia. Dopo la fine di questo grande viaggio, al mio ritorno, cominciarono le notizie del Coronavirus. Ogni giorno le notizie sembravano correre più veloce. Ogni giorno mi chiamavano i miei genitori per tornare in Spagna: "questo non è un semplice raffreddore!" "cosa farai se rimani rinchiusa in Italia?" e altre frasi venivano ripetute ogni giorno prima che andassi a letto. L'Università di Genova cominciava ad allungare la data d'inizio del nuovo quadrimestre. Durante tutto questo periodo non ho ricevuto alcuna informazione dalla mia università di origine, avevo molti dubbi sul mio anno accademico, ma nessuno poteva rispondere. Decisi di aspettare a Genova che le cose si calmassero, ma non sembrava che sarebbe successo. All'inizio di marzo andai a fare la spesa al supermercato, mancava cibo dagli scaffali, la gente era molto ansiosa, ecco cosa mi dicevano i miei genitori!

Le lezioni cominciarono a svolgersi online, essendo in Erasmus ho avuto problemi con l'accesso alla piattaforma delle lezioni, ma spiegando la mia situazione, gli insegnanti hanno trovato una soluzione. Ho trovato una soluzione temporanea ai miei problemi accademici. La mia università di origine non era ancora in contatto con me. Il 7 e l'8 marzo, la Lombardia e altre regioni settentrionali sono state chiuse per impedire la massiccia espansione del virus. Quel giorno persi metà delle mie possibilità di tornare a casa. I voli continuavano a essere cancellati, i telegiornali e le chiamate dei miei genitori continuavano. Il 9 marzo ho fatto la valigia, ho messo tutto il valore di un anno di Erasmus in una valigia, per andare in Spagna il 10 marzo. Sembra che questa esperienza finisca qui, ma questo è solo l'inizio.

Il 9 marzo, di notte, hanno dichiarato in quarantena tutto il paese. Dopo la notizia le possibilità di uscire erano ancora dimezzate. Quella notte è stata la più lunga della mia vita finora. Il mio volo partiva il 10 marzo da Genova, ma non andava in Spagna, andava a Roma e da lì prendeva un altro volo per Madrid. Il 10 marzo si era diffusa la notizia della chiusura dell'Italia. Allo stesso tempo in Spagna si stava pensando di chiudere Madrid. Oltre ad avere dubbi sul fatto che avrei potuto lasciare l'Italia, le mie preoccupazioni sono aumentate non sapendo se una volta in Spagna sarei stata in grado di tornare a casa, a Salamanca. Lo stesso giorno i miei genitori dissero al lavoro che loro figlia sarebbe tornata dal suo Erasmus nel nord Italia. I miei genitori hanno chiamato perché c'era il rischio che potessi portare il virus a casa, perché il 10 marzo, per tornare a casa, avrei preso due autobus, un treno e due aerei. In quel momento in Spagna non si dava importanza al covid-19. Si dice che la Spagna sia con una settimana di differenza dall'Italia, rispetto al covid-19.
Mio padre fu costretto a prendere le ferie, mentre a mia madre fu detto che doveva restare sul posto di lavoro.

Sono infine riuscita ad arrivare a casa, ma tra i messaggi dell'Università di Genova sul covid-19 e di vari professori di Genova, ho trovato un solo messaggio dalla mia università di origine. Pensavo che finalmente si fossero accorti della situazione e ci avrebbero aiutato. Non è stato così, l'unico  messaggio  che  ho ricevuto riguardava i soldi dell'Erasmus. Molti compagni sono rimasti in Italia perché non volevano rischiare di contagiare i loro parenti con patologie e altri perché non hanno avuto la mia stessa fortuna.

Il 15 marzo l'Università di Genova mi ha scritto che avevano parlato con una compagnia aerea per poter rimpatriare gli Erasmus che volevano andare a casa e non potevano. Questo stesso messaggio da parte della mia università di origine l'ho ricevuto solo il 15 aprile. L'Università di Genova è stata molto più attenta ai suoi studenti Erasmus di quanto non abbia fatto l'università in cui avevo studiato per 5 anni. Le lezioni online di Microsoft teams mi sembrano corrette, una  buona soluzione a questa situazione. È vero che è complicato, non è come in una classe in presenza e ci possono essere alcune cose che possono essere migliorate con l'esperienza. Ma è una soluzione rapida in una situazione estrema. La mia università di origine, dopo il confinamento, non ha seguito corsi online come ha fatto l'Università di Genova, ci sono professori che si sentono già in vacanza.

Sono molto grata per il coinvolgimento dei professori italiani in questa situazione, forse non mi trovo in Italia e sto perdendo la mia padronanza della lingua, ma grazie alle lezioni online ho la possibilità di finire quest'anno accademico. La mia università di origine non si è preoccupata dei suoi studenti e dopo due mesi di  reclusione non ha mostrato alcun coinvolgimento, purtroppo ci sono altre università in Spagna che hanno fatto lo stesso. Forse questa mia dissertazione sulla didattica al tempo del covid-19 non è molto obiettiva, perché per la mia esperienza, sono così grata all'Università di Genova che non posso fare alcuna critica al sistema online!
 

Virginia Dallari

Ci  troviamo  oggi  ad  affrontare  una  situazione  veramente  particolare  in conseguenza  dello scoppio della pandemia di Coronavirus. Per riuscire a contenere questa minaccia che non conosce confini siamo stati invitati dal Governo a rimanere nelle nostre case lasciando al di fuori tutto ciò che rappresentava fino a quel momento la nostra vita quotidiana: lavoro, studio, affetti, sport. Per noi studenti universitari questo cambiamento è coinciso con la fine della sessione d’esame di gennaio/febbraio e quello che sarebbe stato il prossimo rientro per l’ultimo semestre dell’anno accademico.

Il tutto inizialmente sembrava una breve fase passeggera invece ci troviamo oggi ancora sottoposti a distanziamento. La didattica online rappresenta un’occasione che qualche decennio fa non sarebbe arrivata in soccorso di noi studenti di poter almeno in parte proseguire uno spiraglio di quotidianità in questa quarantena. Mi ritrovo a spendere la quarantena a Reggio Emilia in compagnia della mia famiglia come non succedeva da tempo essendo una studentessa fuori sede dell’Università di Genova, riscontrando personalmente qualcosa di positivo in questa situazione.

Spero che questa occasione sia uno spunto per il futuro della didattica come una possibile integrazione dei due metodi per offrire anche a chi, per motivi di diversa origine, (lavoro, salute, accessibilità) è impossibilitato a raggiungere la sede fisica dell’università di poterne usufruire.

Bisogna però evidenziare che specialmente in corsi universitari che necessitano i laboratori, come nel caso del nostro dipartimento, lavorare tramite questo tipo di portale rende più lente e difficoltose le naturali interazioni all’interno dei team, intaccando anche il processo creativo. Ci troviamo così ad affrontare quello che sarà il nostro ultimo laboratorio con un pizzico di nostalgia al lavoro di gruppo come siamo abituati ad immaginarlo, al nostro dipartimento, all’occasione di un sopralluogo e alla possibilità di consultare un libro.

Foto di dexmac da Pixabay