Un bambino, uno smartphone e una domanda sull'IA

Durante l'estate 2026 un cartellone pubblicitario comparso a Milano ha fatto molto discutere. L'immagine era semplice: un bambino di circa un anno, sorridente, con le mani sporche e uno smartphone tra le dita, accompagnato dallo slogan "Tutto ok, è iPhone".

L'intento della campagna era altrettanto semplice: comunicare la resistenza del dispositivo agli urti e agli schizzi della vita quotidiana. La reazione, però, è stata tutt'altro che semplice: segnalazioni, l'intervento della Garante per l'Infanzia, i pareri di psicologi e pedagogisti, fino alla rimozione del manifesto.

pubblicità IPhone bambino con cellulare
La campagna pubblicitaria Apple di agosto 2026
Immagine tratta da Facebook.

L'obiettivo di questo articolo non è processare una pubblicità: le aziende comunicano, i cittadini reagiscono, le autorità vigilano e il sistema, in questo caso, ha funzionato. La domanda più interessante è un'altra: perché quell'immagine ha colpito così tanto? In fondo mostrava una scena osservabile decine di volte al giorno, al ristorante, in treno, in sala d'attesa. Perché vederla su un cartellone, elevata a normalità, ha generato tanto disagio?

Una prima risposta arriva dalla letteratura scientifica. L'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda dal 2019 di evitare del tutto l'esposizione agli schermi sotto i due anni e di limitarla fortemente fino ai cinque, indicazioni condivise dalla Società Italiana di Pediatria. Numerosi studi, inoltre, associano l'uso precoce e non mediato dei dispositivi a effetti negativi su attenzione, linguaggio e regolazione emotiva, tanto che l'espressione "baby-sitting elettronico" è ormai entrata nel linguaggio comune. Tutto vero. Ma il disagio suscitato dal cartellone sembra avere anche una radice più profonda, che riguarda proprio il tema di questa rubrica: l'intelligenza artificiale.

Da qualcosa a qualcuno

Un piccolo esperimento mentale aiuta a isolare il fenomeno. Se il cartellone avesse mostrato lo stesso bambino con in mano un martello giocattolo, un telecomando o un vecchio telefono a tastiera, la reazione sarebbe stata la stessa? Probabilmente no. Quegli oggetti sono strumenti: hanno una funzione, la svolgono, e il rapporto con chi li usa è chiaro e asimmetrico. Siamo noi ad agire, l'oggetto subisce.

Lo smartphone contemporaneo appartiene a una categoria diversa. Non è più soltanto la porta di accesso a contenuti (video, giochi, fotografie) ma sempre più spesso la porta di accesso a sistemi che conversano, rispondono, si adattano, ricordano: assistenti vocali, modelli linguistici di grandi dimensioni, sistemi di raccomandazione che apprendono dai comportamenti dell'utente. Dietro lo schermo non c'è più solo un archivio da consultare: c'è qualcosa che dialoga. E qui il rapporto cambia natura: un bambino con uno smartphone non sta usando un dispositivo, sta interagendo con qualcosa che si comporta come qualcuno.

La scienza studia questo passaggio da tempo. Già nel 1966 Joseph Weizenbaum, informatico del MIT, creò ELIZA, un programma rudimentale che simulava un dialogo con uno psicoterapeuta limitandosi a riformulare le frasi dell'utente. Weizenbaum rimase turbato nello scoprire che molte persone, pur sapendo di parlare con un programma, gli attribuivano comprensione ed empatia, arrivando a confidargli pensieri intimi: la sua stessa segretaria, che pure lo aveva visto scrivere il codice riga per riga, un giorno gli chiese di uscire dalla stanza per poter conversare con ELIZA in privato. È il fenomeno oggi noto come "effetto ELIZA". Trent'anni dopo, gli psicologi Byron Reeves e Clifford Nass, con gli esperimenti raccolti nel celebre "The Media Equation", mostrarono che gli esseri umani tendono sistematicamente e inconsapevolmente ad applicare ai computer le regole sociali che riservano alle persone: cortesia, reciprocità, addirittura attribuzione di personalità. Se pochi indizi di socialità bastavano a innescare queste risposte con le tecnologie di allora, è facile immaginare cosa accada oggi con sistemi addestrati su quantità sterminate di linguaggio umano, capaci di conversazioni fluide, pertinenti e persino affettuose.

bambino con cellulare

Perché i bambini sono diversi

Negli scorsi articoli abbiamo più volte richiamato la distinzione tra due modi di intendere l'intelligenza: quello di Alan Turing, per cui conta la capacità di replicare il comportamento intelligente, e quello di John Searle, per cui conta la comprensione di ciò che si sta facendo.

Un adulto che dialoga con un'intelligenza artificiale può, almeno in linea di principio, tenere a mente questa distinzione: sapere che dall'altra parte c'è un sistema che replica il linguaggio umano senza necessariamente comprenderlo consente di goderne i benefici mantenendo la giusta distanza critica.

Un bambino piccolo questa distinzione non può farla, e non per ingenuità, ma per ragioni evolutive ben documentate. La psicologia dello sviluppo, a partire dai lavori di Jean Piaget sul pensiero animistico, ha mostrato che nei primi anni di vita i bambini attribuiscono naturalmente intenzioni e vita interiore a ciò che si muove e che parla. La cosiddetta "teoria della mente" (la capacità di rappresentarsi gli stati mentali altrui e di distinguere chi pensa da cosa non pensa) matura gradualmente e non è pienamente disponibile prima dei quattro o cinque anni. Non sorprende quindi che gli studi condotti negli ultimi anni sull'interazione tra bambini e agenti conversazionali (a partire dalle ricerche pionieristiche del MIT Media Lab sugli assistenti vocali domestici) documentino con regolarità bambini che chiedono all'assistente se mangia, se dorme, se prova emozioni, e che ne trattano le risposte come quelle di un interlocutore vivo. Per un bambino, ciò che risponde con voce gentile alle sue domande non è "un modello statistico addestrato su grandi quantità di dati": è, molto semplicemente, qualcuno. E con quel qualcuno il bambino costruisce una relazione, nella fase della vita in cui le relazioni sono lo strumento principale con cui si impara a stare al mondo: a tollerare l'attesa, a leggere le emozioni sul volto degli altri, a negoziare, a sbagliare.

Ecco allora una possibile risposta alla domanda iniziale. Quel cartellone ha colpito non perché mostrasse un oggetto in mani troppo piccole, ma perché (senza volerlo) metteva in scena una relazione: quella tra un bambino e un interlocutore artificiale infinitamente paziente, sempre disponibile, mai in disaccordo. Un interlocutore che, a differenza di un genitore o di un compagno di giochi, non si stanca, non si arrabbia, non chiede nulla in cambio: una sorta di specchio che restituisce sempre un sorriso. Ed è proprio questa perfezione a inquietare, perché la ricerca sullo sviluppo suggerisce che le relazioni umane si imparano anche, e forse soprattutto, dalle loro imperfezioni: dall'attesa, dal conflitto, dalla riparazione.

Tutto ok?

La risposta corretta non è il rifiuto della tecnologia, né tantomeno il panico. L'intelligenza artificiale è uno strumento straordinario che può portare benefici enormi anche all'infanzia: nell'istruzione personalizzata, nella diagnosi precoce dei disturbi dell'apprendimento, nel supporto ai bambini con disabilità. Non a caso il legislatore europeo, con l'AI Act, ha riservato ai minori un'attenzione particolare, vietando i sistemi che ne sfruttano la vulnerabilità.

La risposta, come sempre, sta nell'equilibrio e nella consapevolezza. La domanda da porsi non è se lo smartphone resista all'acqua e agli urti, ma se noi resistiamo alla tentazione di delegare a una macchina ciò che una macchina non può dare: la relazione umana, con tutta la sua faticosa, insostituibile imperfezione. Serve che i genitori sappiano che dietro quello schermo non c'è più soltanto "qualcosa"; serve che chi progetta questi sistemi si assuma la responsabilità di renderli riconoscibili come artificiali, come richiede la stessa normativa europea sulla trasparenza; serve che la scuola e le istituzioni accompagnino le famiglie in un'alfabetizzazione che non è più solo digitale, ma relazionale.

Forse, allora, quel cartellone ha colpito perché ha mostrato in anticipo una scena che sentiamo destinata a diventare normale. E, suo malgrado, ci ha rivolto la domanda che dovremmo porci noi, prima che sia la pubblicità a rispondere al posto nostro: tutto ok?

di Luca Oneto