I compositi del futuro imparano dalle ossa

Un materiale bioispirato sviluppato nei laboratori del Dipartimento di ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti - DIME dell'Università di Genova assorbe il 95% in più di energia prima della rottura e permette di recuperare e riutilizzare direttamente i rinforzi strutturali. Lo studio è pubblicato su Advanced Functional Materials.

E se le automobili, le barche e gli aerei di domani fossero progettati come un femore?
Potrebbe sembrare un azzardo, ma l’osso corticale è molto più resistente alla propagazione delle fratture di quanto immaginiamo. Il segreto è nella sua architettura gerarchica: gli osteoni e le lamelle concentriche deviano, rallentano e talvolta arrestano le cricche, impedendo che un danno localizzato si trasformi rapidamente in una frattura catastrofica.

È a questa strategia naturale che si è ispirato un gruppo di ricerca dell’Università di Genova per sviluppare un nuovo composito fibrorinforzato, più tenace durante l’impiego e progettato per conservare il valore dei suoi componenti anche a fine vita.

La ricerca è descritta nello studio Bone-Inspired Recyclable Composites for Damage-Tolerant Circular Materials,, pubblicato sulla prestigiosa rivista Advanced Functional Materials.

Il prototipo assorbe quasi il doppio dell’energia prima della rottura rispetto a un laminato convenzionale equivalente. Dopo la separazione dei componenti, le unità di rinforzo ispirate all’osso mantengono proprietà meccaniche paragonabili a quelle originarie e possono essere impiegate direttamente per assemblare un nuovo composito.

Il risultato apre una nuova prospettiva per i materiali leggeri utilizzati in settori come aerospazio, automotive, nautica ed energia eolica: progettare congiuntamente le prestazioni in servizio e il valore da preservare a fine vita.

Recuperare la funzione, non soltanto la materia

I compositi fibrorinforzati permettono di realizzare strutture leggere, efficienti e resistenti e trovano applicazione in numerosi settori industriali. Ma proprio la loro struttura rappresenta una difficoltà quando arriva il momento del riciclo: le fibre ad alte prestazioni sono saldamente integrate nella matrice polimerica e separare i diversi componenti può restituire fibre corte, disallineate o destinate ad applicazioni di valore inferiore.

La ricerca UniGe parte quindi da un obiettivo più ambizioso: recuperare non soltanto il materiale, ma anche la sua funzione strutturale.

«Il punto non è semplicemente recuperare materia, ma conservarne il valore – spiega Flavia Libonati, docente UniGe di Progettazione meccanica e costruzione di macchine al Dipartimento di ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti - DIME e coordinatrice dello studio. – Se alla fine del processo otteniamo fibre danneggiate o prive del loro allineamento, abbiamo riciclato, ma abbiamo perso gran parte della loro funzione. Per questo abbiamo progettato insieme la risposta al danno e la strategia di riuso».

Imparare dall'architettura dell'osso

I ricercatori hanno tradotto il principio osservato nell'osso in unità di rinforzo multistrato ispirate agli osteoni, assemblate all'interno di una matrice termoplastica Elium®.

Nasce così un composito gerarchico nel quale l'architettura svolge una doppia funzione: durante l'utilizzo aumenta la tolleranza al danneggiamento; a fine vita permette di recuperare elementi portanti modulari ancora integri e allineati.

I risultati sperimentali mostrano un aumento del 95% della capacità di assorbire energia prima della rottura sotto carichi di trazione e del 35% della resistenza rispetto a un laminato convenzionale.

Anche il modo in cui avviene il cedimento cambia: dopo il primo danneggiamento, le unità bioispirate continuano a sostenere e redistribuire il carico, producendo una risposta più progressiva anziché una rottura improvvisa. Le simulazioni numeriche hanno permesso di riprodurre la risposta meccanica e il percorso delle cricche e di approfondire i meccanismi alla base della dissipazione dell'energia.

comopisito ispirato alle ossa

Dal riciclo al riuso diretto

La seconda caratteristica del materiale emerge alla fine del suo primo ciclo di utilizzo.

Dopo le prove meccaniche, i ricercatori hanno dissolto la matrice termoplastica a temperatura ambiente attraverso un processo controllato. Le unità di rinforzo così recuperate hanno conservato geometria e allineamento e, sottoposte a nuovi test, hanno mostrato proprietà di trazione comparabili a quelle delle unità vergini, con differenze contenute entro circa il 4%.

Le stesse unità sono state poi utilizzate per assemblare un nuovo composito, dimostrando la possibilità di un riuso diretto dei rinforzi.

La differenza rispetto al riciclo convenzionale è sostanziale: invece di trasformare nuovamente il materiale, si cerca di preservare un elemento strutturale mantenendone geometria, organizzazione e capacità portante.

«Per l'industria, il salto concettuale è passare dal materiale semplicemente riciclabile al componente progettato fin dall'inizio per una seconda vita – sottolinea Flavia Libonati. – In questa prospettiva, l'architettura non determina soltanto le prestazioni meccaniche: diventa parte della strategia di circolarità».

Dal laboratorio alle possibili applicazioni

Il materiale è oggi un dimostratore di laboratorio, non ancora un prodotto industriale.
I prossimi passi riguardano l'automazione e la scalabilità del processo produttivo, l'ottimizzazione della geometria e dell'orientamento dei rinforzi, la validazione con carichi complessi e ciclici e la valutazione ambientale ed economica dell'intero ciclo di vita.

Le possibili applicazioni riguardano diversi settori nei quali leggerezza, prestazioni meccaniche e sostenibilità dei materiali assumono particolare importanza: aerospazio, automotive, nautica e cantieristica navale, trasporto ferroviario, energia eolica, attrezzature sportive e produzione avanzata.

L'obiettivo è ora portare il principio bioispirato dalla scala del provino a quella del componente, verificandone prestazioni, producibilità, durabilità e possibilità di disassemblaggio in condizioni applicative reali.

Una ricerca sviluppata nei laboratori UniGe

Lo studio è stato realizzato da Alessandro Stagni, Nastaran Bahrami Novin, Luigi Benvenuto, con i docenti Enrico Lertora e Flavia Libonati, nei laboratori M3M – Multiscale Mechanics of Multifunctional Materials e Tecnologie, impianti e simulazione, entrambi afferenti al Dipartimento di ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti - DIME dell'Università di Genova.

La ricerca è stata coordinata da Flavia Libonati.


Articolo scientifico

A. Stagni, N. Bahrami Novin, L. Benvenuto, E. Lertora, F. Libonati, Bone-Inspired Recyclable Composites for Damage-Tolerant Circular Materials, Advanced Functional Materials (2026), e77881.
https://doi.org/10.1002/adfm.77881


di Eliana Ruffoni