Magnifica Humanitas, un’enciclica politica nel solco della dottrina sociale della Chiesa
Papa Leone XIII e la Rerum novarum (1891): le origini della dottrina sociale della Chiesa
Lunedì 25 maggio 2026 è stata presentata pubblicamente la lettera enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost. Si tratta di un documento di grande rilevanza, non esclusivamente teologica, la cui lettura appare utile a chiunque voglia porsi in modo critico e costruttivo nei confronti della nostra complessa attualità.
Le lettere encicliche sono tra le forme più solenni del magistero del Pontefice: documenti indirizzati all’intera comunità dei fedeli e, quando il tema lo richiede, a «tutti gli uomini di buona volontà» e quindi a tutti coloro che operano per il bene comune a prescindere dall’appartenenza religiosa. Non si tratta di atti dalla valenza dogmatica in senso stretto, ma il loro peso autoritativo è assai rilevante in quanto funzionali a chiarire l’insegnamento del Papa su questioni di fede, morale o sui grandi temi inerenti le dinamiche del vivere civile.
La Magnifica Humanitas è specificamente dedicata proprio al tema della dottrina sociale della Chiesa, vale a dire quel corpus di principi e insegnamenti con cui il magistero cattolico affronta le grandi questioni dell’organizzazione giuridica, economica e politica della società.
Il fatto che Leone XIV abbia deciso di dedicare ai temi sociali la sua prima enciclica non stupisce. La dottrina sociale trova, infatti, il suo primo referente ufficiale nella celebre Rerum Novarum del 1891, opera di papa Gioacchino Pecci (1810-1903), quel Leone XIII di cui Prevost ha voluto esplicitamente raccogliere il testimone: «Papa Leone XIII, con la storica enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro» (Discorso del santo padre Leone XIV al Collegio cardinalizio, 10 maggio 2025).
La Rerum Novarum è, in effetti, un documento periodizzante: rappresenta uno dei momenti decisivi attraverso cui la Chiesa cattolica tentò di riavviare il confronto con quella modernità con cui, sin dalle origini, era entrata in conflitto. Le due grandi rivoluzioni che avevano inaugurato l’età contemporanea, quella industriale inglese e quella politica francese (E.J. Hobsbawm, The age of Revolution. Europe 1789-1848, London, 1962), avevano, infatti, trovato un nemico comune nella Chiesa romana, percepita, a torto e a ragione, come parte integrante di quel sistema feudale-fondiario-autoritario, l’alleanza tra trono e altare, caratterizzante quell’Ancien Régime che si intendeva superare. Parossistico ma significativo di questo sentire, il desiderio che Jean Meslier (1664-1729), parroco normanno convertito all’ateismo materialista e precursore dell’illuminismo radicale, affidò al suo testamento: «vorrei che l’ultimo dei re fosse strangolato con le budella dell’ultimo dei preti».
A distanza di quasi un secolo dall’inizio della contemporaneità, Gioacchino Pecci poté affrontare questa crisi da una prospettiva inedita e privilegiata: eletto papa nel 1878, a sessantotto anni, fu il primo pontefice da oltre un millennio a non essere gravato da oneri e onori temporali, avendo lo Stato italiano ormai spogliato la Santa Sede di tutti i suoi possedimenti, da ultimo con l’annessione di Roma (1870). Col senno di poi, quella che apparve come una perdita cocente si rivelò una condizione di vantaggio: libero dal peso del governo temporale, Leone XIII poté dare vita a un magistero particolarmente denso, contrassegnato da più di ottanta encicliche e centinaia di documenti e discorsi ufficiali. Pur combattendo con fermezza i «barbari» socialisti, comunisti e nichilisti (Quod Apostolici Muneris, 28 dicembre 1878), fu il primo pontefice ad esprimersi esplicitamente a favore dei meccanismi rappresentativi di governo inaugurati, nella variante liberale che ancora oggi siamo soliti frequentare, dalla Rivoluzione del 1789 (Diuturnum, 29 giugno 1881; Libertas, 20 giugno 1888), giungendo ad accostare esplicitamente l’attributo cristiana al sostantivo democrazia: «se, in una parola, la democrazia vuol essere cristiana, essa darà alla vostra patria un avvenire di pace, di prosperità e di felicità» (Discorso ai pellegrini francesi, 8 ottobre 1878).
Il suo contributo più noto resta tuttavia quello a carattere sociale legato proprio alla Rerum Novarum. L’enciclica del 1891, come ben compendiato dal titolo, che secondo tradizione riprende le prime parole del testo latino, affronta e denuncia le conseguenze deteriori della rivoluzione industriale: la condizione degli operai e il rifiuto dello sfruttamento del lavoro, la condanna al capitalismo senza limiti, al socialismo e alla lotta di classe. Alla critica si accompagna un ampio ventaglio di soluzioni: società di mutuo soccorso, assicurazioni private, patronati, rinnovate corporazioni di arti e mestieri, intervento dello Stato quale garante della giustizia sociale. Un’agenda fitta, elaborata in un momento in cui il quadro normativo italiano, in tema di legislazione operaia, era ancora assai arretrato: nel 1891 i soli interventi degni di nota erano l’istituzione della Cassa Nazionale Infortuni (1883-84), una timida legge sul lavoro minorile (1886) e la depenalizzazione dello sciopero con il Codice penale Zanardelli (1889); sarebbero dovuti passare quasi altri dieci anni per i primi interventi in materia di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni degli operai (1898) e per l’introduzione del congedo di maternità (1902).
In questo contesto, l’analisi di Leone XIII, ambiziosa sebbene ovviamente non rivoluzionaria, ebbe il pregio di sistematizzare il pensiero sociale del cattolicesimo, consentendo alla Chiesa di inserirsi a pieno titolo nel dibattito sulla questione sociale. Un ruolo di primo piano che, da allora, pur con alterne vicende, non ha più dismesso continuando a incrementare i contenuti della dottrina sociale e favorendo la ricezione di principi divenuti patrimonio condiviso della cultura giuridica: dignità della persona, sussidiarietà, solidarietà, destinazione universale dei beni, cura del creato, perseguimento della pace.
La Magnifica Humanitas: un’enciclica politica
È all’interno di questa tradizione che si è da ultimo inserito il magistero di papa Leone XIV con la Magnifica Humanitas, pensata proprio per celebrare il 135° anniversario della Rerum Novarum. Il profilo del pontefice statunitense appare quanto mai indicato a rinnovare questo campo di riflessioni: matematico e giurista per formazione, forte di una lunga esperienza pastorale e missionaria in Perù, non estraneo a responsabilità di governo. Non è un caso che uno dei suoi ultimi contributi prima dell’elezione al soglio pontificio sia stata la redazione della prefazione al compendio peruviano La doctrina social de la Iglesia. Su historia y enseñanzas (2024). Premesse che hanno dato adito ad aspettative ampiamente confermate con la pubblicazione Magnifica Humanitas.
Uno dei temi centrali dell’enciclica, come ampiamente riportato dai principali mass media, è quello dell’AI (significativa, in questo senso, è la presenza al tavolo della presentazione ufficiale di Christopher Olah, ricercatore e co-fondatore di Anthropic). Sarebbe tuttavia fuorviante ridurre il documento a «un’enciclica sulle intelligenze artificiali». E non solo perché il documento affronta una pluralità di temi, dall’educazione alla famiglia, dal lavoro alla comunicazione digitale, ma soprattutto perché il punto nodale intorno al quale si sviluppa l’intera riflessione è quello della dignità umana (termine che ricorre nel testo in più di cento occasioni), in funzione della quale vengono poi affrontate le principali questioni dell’attualità: da quelle tecnologiche a quelle belliche. Lo stesso Leone XIV lo precisa con nettezza: «Non è mia intenzione offrire qui una trattazione sull’intelligenza artificiale, né ripercorrere una bibliografia ormai vastissima [...]. Mi limito a richiamare alcuni elementi essenziali per un discernimento morale e sociale che custodisca il primato della persona».
Riflettere sulle nuove tecnologie diviene dunque, nell’economia del documento, l’occasione per una più ampia riflessione sui capisaldi della dottrina sociale e sulle politiche necessarie ad attuarli. Da qui la condanna netta al «paradigma tecnocratico» e al «potere digitale» e quindi all’accumulazione nelle mani di pochi «grandi attori economici e tecnologici», estranei all’intelaiatura istituzionale degli Stati, il monopolio dei dati e delle informazioni con gravi danni alla rappresentazione della realtà e quindi al corretto funzionamento della democrazia.
La critica investe poi direttamente la struttura economica che, pur in un contesto di crescente ricchezza mondiale, inasprisce gli squilibri rendendo l’accesso ai benefici del progresso tecnico appannaggio di pochi: «I progressi scientifici e tecnologici, anche in campo medico, non sono facilmente accessibili alla grande maggioranza della popolazione, come si è visto in modo drammatico durante la recente pandemia». Non si tratta più di una condanna degli eccessi del capitalismo, ma di una critica ai cardini stessi del liberismo, con una richiesta esplicita alla politica di riaffermare il proprio primato sul mercato: «Nell’epoca dell’IA e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un'equa distribuzione dei benefici dell'innovazione».
Il documento non si ferma all’economia e alla tecnica. In linea con le sue più recenti prese di posizione pubbliche, Leone XIV affronta direttamente il tema della guerra e il progressivo smantellamento delle logiche del multilateralismo. E non solo perché invoca la de-militarizzazione delle nuove tecnologie, «disarmare l’AI significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare, ma economica e cognitiva», ma perché stigmatizza senza perifrasi la «normalizzazione della guerra stessa»: «Oggi assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso [...] L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione». Parallelamente viene condannato quel «falso realismo» politico che, presentandosi come realpolitik, si riduce nei fatti all’esaltazione della forza bruta, appiattendo la complessità della convivenza umana sul mero scontro di potenze. A ciò, Leone XIV contrappone lo strumento pattizio del diritto internazionale, con un riferimento esplicito al Trattato per la proibizione delle armi nucleari, accordo tanto ambizioso quanto largamente disertato dalle principali potenze (nessuna delle quali, né i membri NATO né Russia né Cina, vi ha aderito).
Nella tradizione della dottrina sociale, la proposta si tiene ben lontana dall’utopia: come la Rerum Novarum ammoniva che «togliere dal mondo le disparità sociali è cosa impossibile» e che «il dolore non mancherà mai sulla terra», così la Magnifica Humanitas insiste sulla necessità di confrontarci consapevolmente con i limiti strutturali della condizione umana – «incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità» – ricordando al contempo, però, come la storia non sia solo memoria di violenza, ma anche testimonianza della capacità dell’uomo di «generare istituzioni capaci di proteggere la vita comune», in cui «il desiderio di bene si traduce concretamente in forme pubbliche, norme, istituzioni, pratiche, capaci di limitare la forza e difendere i vulnerabili». A titolo esemplificativo, ma con una scelta dai contenuti di chiara valenza politica, l’enciclica cita la Croce Rossa, il movimento per l’abolizione della schiavitù, la fondazione delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Convenzione sui rifugiati del 1951.
Significativo, infine, l’insistere sui diritti universali. L’enciclica riconosce che il movimento verso l’identificazione e la proclamazione dei diritti dell’uomo costituisce «uno dei più rilevanti sforzi per rispondere efficacemente alle esigenze imprescindibili della dignità umana»; e, citando Giovanni Paolo II, definisce la Dichiarazione Universale «una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell'umanità». Il passaggio più rilevante sul piano teorico-giuridico non è però la celebrazione di questi strumenti, bensì l’insistenza sul loro fondamento universale: vexata quaestio che richiama all’orecchio del giurista la discussione sulle origini, naturali o positive, e i fondamenti, trascendenti o contingenti, del fenomeno giuridico. È questo, inoltre, uno dei passaggi che, qualora oggetto di un’attenta lettura, darà maggior adito a discussioni. Se, infatti, il perseguimento della pace, la condanna degli squilibri economici e la tutela della dignità della persona sono temi ampiamente condivisi nel dibattito pubblico, meno trasversali sono le applicazioni concrete che il pontefice ne trae: «il primo diritto umano è il diritto alla vita, dal concepimento alla sua conclusione naturale, senza il quale è impossibile esercitare qualsiasi altro diritto. Quando questo diritto fondamentale viene negato, come accade nell’aborto provocato, nell’uccisione di innocenti e nell’eutanasia, ci si trova davanti a scelte che la Chiesa giudica gravemente illecite».
Insomma, chi si aspettava un documento tecnico, nello stile degli ultimi pronunciamenti sull’ecologia, ha dovuto ricredersi. Ridimensionate anche le interpretazioni che, dopo la forte presenza mediatica di papa Francesco, avevano rimproverato al nuovo pontificato un’eccessiva timidezza: un rimprovero già smentito dalla condotta ferma tenuta nei confronti dell’attuale Presidenza degli Stati Uniti dopo le recenti provocazioni, e ora definitivamente archiviato dalla Magnifica Humanitas, che si configura come il manifesto politico-dottrinale più ampio del pontificato di Leone XIV.
Sia ben chiaro, i temi non sono nuovi, né per la dottrina sociale né per il breve magistero del Papa, che aveva già anticipato molti di questi, in particolare modo nel discorso al corpo diplomatico del 9 gennaio 2026 (peraltro passato inosservato ai più). Il pregio principale di queste pagine, nella migliore tradizione della dottrina sociale, non riposa però nel loro essere dirompenti, ma nel tentativo di fare ordine, nominare e ricondurre entro un quadro unitario questioni spesso affrontate separatamente nel dibattito pubblico contemporaneo. Ne emerge una proposta coerente, non necessariamente condivisibile da tutti nelle sue singole applicazioni, ma sicuramente apprezzabile nel richiamo a una responsabilità condivisa: pur sempre un risultato non da poco, in tempi di contrapposizioni, confusione e isterie.