Il progetto BRITEs: farine e cerotti dagli scarti alimentari del riccio di mare

Economia circolare e sostenibilità: questi i due pilastri su cui si fonda BRITEs, progetto finanziato dai fondi PRIN del MUR che vede attivamente coinvolto il Dipartimento di scienze della terra, dell'ambiente e della vita – DISTAV dell’Università di Genova, in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova e quella di Milano. L’intuizione alla base è, almeno teoricamente, molto semplice: riconvertire gli scarti alimentari del riccio di mare in prodotti ad alto valore aggiunto. Ciò che finisce nel piatto, infatti, sono solo le gonadi del riccio, mentre la stragrande maggioranza della sua massa (di cui la teca, lo “scheletro” del riccio, rappresenta sicuramente l’elemento più importante) viene scartato.

progetto Brites – ricci di mare

«Il riccio di mare – spiega Mariachiara Chiantore, docente UniGe di Ecologia – è un organismo in un certo senso ambivalente: da un lato è considerato una minaccia per le foreste algali marine, in quanto con la sua attività di pascolo può causarne la riduzione e creare una vera e propria desertificazione dell’ecosistema marino, dall’altro è una risorsa grandemente apprezzata da un punto di vista culinario e di notevole valore economico. Pertanto, risulta altamente auspicabile una gestione sostenibile della risorsa riccio che ne controlli le densità, laddove rischiano di diventare troppo abbondanti, gestendone il prelievo unitamente all’implementazione di misure attive di riforestazione, e ne potenzi contestualmente l’acquacoltura, tuttora agli albori».

Attualmente, infatti, la domanda del mercato del riccio è quasi esclusivamente basata sul prelievo, causando un drammatico impoverimento delle popolazioni naturali: per questo motivo sarebbe fondamentale puntare sull’acquacoltura, così come viene fatto per altre specie nell’industria ittica. A oggi, tuttavia, lo sviluppo dell’echinocoltura è ostacolato dalla lentezza della crescita degli individui (circa 2 o 3 anni per il raggiungimento della taglia commerciale di 5 cm), dalla criticità della gestione delle fasi larvali e dalla difficoltà di formulazione di diete appropriate (che consentano un rapido incremento di taglia). Con il progetto BRITEs, quindi, si intende innanzitutto realizzare dei mangimi che, utilizzando gli scarti dei ricci stessi, potrebbero avere migliori performance rispetto alle composizioni utilizzate finora: «proprio in questo contesto si collocano le attività di ricerca del DiSTAV – prosegue la prof.ssa Chiantore – che sta valutando gli effetti di diete naturali (alghe più o meno ricche di carbonato di calcio) e artificiali, queste ultime contenenti diverse quantità di carbonato di calcio, inorganico e derivante dai biocarbonati dello scheletro del riccio stesso. Queste ricerche, unitamente ad altre condotte per mettere in pratica azioni di riforestazione attiva delle foreste algali marine, si collocano in una prospettiva di economia circolare e di sostenibilità, anche in relazione al raggiungimento dell’indicatore di sviluppo sostenibile 14 (Life below Water) degli Aichi Biodiversity Targets delle Nazioni Unite, del buono stato ambientale (GES, Good Environmental Status) secondo la Water Framework Directive dell’Unione Europea, e all’interno della EU Biodiversity Strategy for 2030».

progetto Brites – teca e antiossidanti

Ma l’obiettivo di BRITEs non è solo quello di produrre nuovi mangimi per l’echinocoltura e per altre specie marine di interesse commerciale: dalla teca scartata è infatti possibile estrarre anche del collagene, che può essere utilizzato per produrre dei sostituti della pelle a due strati (epidermide e derma), utili per accelerare la guarigione di ferite e ustioni. Per raggiungere questi ambiziosi obiettivi, a BRITEs partecipano gruppi di ricerca provenienti dalle Università degli Studi di Milano e di Padova: «Abbiamo messo a punto – spiega Michela Sugni, docente di Zoologia al Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali (ESP) dell’Università degli Studi di Milano – il protocollo di produzione dei sostituti della pelle, caratterizzando alcune proprietà dei singoli strati: abbiamo così dimostrato che lo strato simil-epidermide impedisce il passaggio del 99% dei batteri e previene quasi totalmente la disidratazione della ferita e la perdita di fluidi organici; lo strato simil-derma, invece, fornisce un ambiente ottimale per la colonizzazione e proliferazione delle cellule, favorendo la guarigione. Infine abbiamo verificato su alcune colture cellulari epiteliali l’effetto dei peptidi derivanti dalla degradazione del collagene, verificando che non producono effetti dannosi: anzi, su brevi periodi, ne stimolano la vitalità!».

Ma gli esperimenti di BRITEs, che hanno come fine ultimo la realizzazione di dispositivi medicali, non si limitano agli esperimenti in vitro: «All’Università degli Studi di Padova – spiega Marco Patruno, docente di Anatomia ed Embriologia Veterinaria presso il Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione (BCA) e responsabile del progetto BRITEs – abbiamo già testato alcuni prototipi di questi sostituti della pelle in alcuni test preliminari ex vivo, svolti nei laboratori del Dipartimento BCA e del Dipartimento di Medicina Animale, Produzioni e Salute (MAPS): questi esperimenti iniziali sembrano suggerire la biocompatibilità del materiale e la sua efficacia rigenerativa».

progetto BRITEs – teca polverizzata

Il progetto BRITEs, altamente multidisciplinare, si colloca in un frame teorico più ampio di riutilizzo degli scarti del riccio, nel quale rientra anche il progetto CIRCULAr, finanziato da Fondazione Cariplo e di cui è responsabile la prof.ssa Sugni: in questo progetto la farina di riccio viene utilizzata, vista l’alta concentrazione di calcio e antiossidanti che la caratterizza, come integrazione nel mangime per le galline ovaiole. Entrambi i progetti fanno della cooperazione inter-Ateneo e della disseminazione alcuni dei loro obiettivi principali, ma anche dei loro punti di forza: «Sappiamo che al giorno d’oggi fare una corretta comunicazione è parte integrante dell’attività di ricerca  – spiega Marcello Turconi, divulgatore scientifico e responsabile comunicazione dei progetti – e questo vale soprattutto per progetti, come BRITEs e CIRCULAr, il cui valore va al di là di quello, di per sé alto, del raggiungimento degli obiettivi scientifici: grazie alla comunicazione dei nostri progetti riusciamo infatti a spiegare, agli adulti ma anche al pubblico più giovane, quanto possa essere delicato l’equilibrio di un ecosistema, quanto sia fondamentale il riutilizzo di scarti apparentemente inutili, e quanto l’economia circolare possa essere uno strumento fondamentale per la società del domani. E lo facciamo cercando di coinvolgere nelle diverse iniziative il maggior numero di ricercatori e ricercatrici coinvolti, in un’ottica di comunità scienza che si apre verso l’esterno».


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